La terza stagione di Fabbrichiamo il Futuro, il podcast dell’Associazione Amici del Museo del Patrimonio Industriale di Bologna, prodotto da Mediamorphosis e supportato da L’OPEROSA, continua il suo percorso dentro l’intelligenza artificiale, affrontandola da punti di vista sempre diversi.

Dopo aver analizzato il suo impatto su lavoro e società, questa puntata affronta un tema fondamentale: la regolamentazione.

Perché se l’intelligenza artificiale cambia tutto, è inevitabile chiedersi: chi la governa?

A guidarci è Maria Chiara Cesarani, avvocato dello Studio Torta, specializzata in proprietà industriale e nuove tecnologie, che ci accompagna dentro il panorama normativo europeo. La risposta, almeno in parte, esiste già: nel 2024 l’Unione Europea ha approvato un regolamento specifico, pensato per dare un quadro comune a tutti i Paesi membri.

Diritti, dati e intelligenza artificiale: cosa si può fare (e cosa no)

Quando si parla di intelligenza artificiale, si tende a pensare a qualcosa di automatico, quasi oggettivo. Ma non è così.

Dietro ogni algoritmo ci sono scelte umane: cosa includere nei dati, cosa escludere, quali fonti utilizzare, quali modelli privilegiare. E questo ha conseguenze molto concrete.

Come sottolinea l’avvocato Cesarani, il primo principio della normativa europea è chiaro: l’intelligenza artificiale deve restare uno strumento al servizio dell’uomo. Non solo, deve essere trasparente, non discriminatoria, comprensibile.

E poi c’è il tema più delicato di tutti: i dati.

L’intelligenza artificiale si nutre di contenuti presi dalla rete. Ma quello che troviamo online non è automaticamente libero. Non tutto può essere preso, usato, trasformato.

Pensiamo a un articolo, a una fotografia, a un database: dietro c’è sempre qualcuno che ha investito tempo, competenze, risorse. Utilizzare quei contenuti senza autorizzazione non è una scorciatoia. È un rischio.

Il punto è proprio questo: l’intelligenza artificiale rende tutto più facile, ma non per questo tutto è lecito.

Anche l’AI può finire e in tribunale

Il dibattito sulle regole non è teorico. È già entrato nei tribunali.

Uno dei casi più discussi è quello del New York Times contro OpenAI. Da una parte, una delle più importanti testate giornalistiche al mondo, dall’altra, uno dei sistemi di intelligenza artificiale più utilizzati.

La questione è semplice, ma enorme: se un sistema viene addestrato utilizzando contenuti protetti, senza consenso, chi ha prodotto quei contenuti ha diritto a qualcosa?

E non è solo una questione di addestramento. Anche ciò che l’AI produce può diventare un problema. Un testo, un’immagine, una risposta: tutto può contenere tracce di materiali protetti, anche senza che l’utente se ne renda conto.

In questo scenario, le aziende iniziano a muoversi. Monitorano il web, difendono i propri contenuti, chiedono compensazioni.

La sensazione è chiara: siamo solo all’inizio.

Le regole stanno nascendo mentre la tecnologia evolve. E chi oggi utilizza l’intelligenza artificiale – aziende, professionisti, creativi – si trova in mezzo a questo cambiamento.

Per questo la domanda iniziale resta aperta, ma diventa ancora più urgente: chi protegge cosa, quando tutto può essere generato, copiato, trasformato?

La risposta non è ancora definitiva. Ma una cosa è certa: ignorare il problema non è più possibile.